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Siamo quello che mangiamo

Questo è quello che sosteneva il filosofo Ludwig Feuerbach. Il modo in cui decidiamo di nutrire il nostro corpo va ad incidere profondamente sul benessere fisico e mentale.

L’alimentazione è forse oggi uno degli argomenti più discussi, che riguarda e interessa vecchie e nuove generazioni.


Nel corso di questi anni abbiamo visto nascere tanti nuovi food trend alcuni di dubbio senso (per intenderci, mi riferisco per esempio ai fruttariani o crudisti che si privano a mio avviso di alimenti indispensabili per uno stile di vita sano) la maggior parte dei quali vedono sempre meno l’uso della carne, con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento ambientale e sembra, la percentuale del rischio di patologie cancerogene.


Partendo proprio da questo discorso, ci soffermiamo proprio sulla comunicazione dei cibi a base vegetale e vegani. Il 29 dicembre 2022 in Italia, è stata fatta la proposta di legge numero 746 “Disposizioni in materia di denominazione dei prodotti alimentari contenenti proteine vegetali”, che chiedeva di vietare l'utilizzo di denominazioni riconducibili a prodotti di origine animale per alimenti vegetali. Quindi nomi tipici come burger, salsiccia, wurstel o cotoletta non potrebbero più comparire nel packaging di confezioni di cibi meat free. La presente azione sarebbe volta a tutelare la produzione zootecnica del Paese e di conseguenza tutto il patrimonio culinario italiano, fatto di salsicce, prosciutti e insaccati di ogni tipo.


Già da tempo la questione era stata sollevata: in un articolo del 2020 del Il Fatto alimentare (qui il link: https://ilfattoalimentare.it/nomi-carne-surrogati-vegetali.html) si prendeva in esame la campagna Ceci n’est pas une steak, di Copa Cogeca, l’unione delle associazioni europee degli agricoltori. Allevatori e agricoltori non si mostravano a favore di quei prodotti vegetali che attraverso strategie di marketing non equo e coerente, potevano fuorviare la scelta del consumatore. Secondo loro infatti, “un hamburger vegano pur apportando un buon contenuto di proteine non ha affatto gli stessi valori nutrizionali di uno a base di sola carne. Il consumatore medio tuttavia, può essere indotto a credere che l’alternativa vegana possa essere un equivalente nutrizionale, a causa dell’errata denominazione”.


Tuttavia sia in Francia che in Italia la battaglia contro l’uso di questi termini non è andata a buon fine. In merito alla legge 746 i magistrati l’hanno definita poco corretta nei confronti della popolazione e in controtendenza con le decisioni dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite che spingono sempre più l’acceleratore per incentivare un’alimentazione vegetale e sostenibile, con il fine di contrastare la crisi climatica.


Il giro economico che si è creato intorno il mercato vegano o vegetariano sta raggiungendo cifre folli. Quindi il dubbio che potrebbe sorgere è che quella del meat sounding rimanga piuttosto una faccenda di interessi economici dei produttori di carne, più che una forma di tutela a favore di chi mangia il prodotto. Gettando uno sguardo al sentiment del pubblico generalista, è stato interessante analizzare il sondaggio, fatto nel giugno 2020 dai ricercatori dell’European Consumer Organization, in cui si riporta che l’80% dei consumatori intervistati è a favore dell’uso dei nomi tipici dei prodotti di origine animale per identificare le loro alternative vegetali.


Nel 2023 sembra abbastanza assurdo che una persona non sappia riconoscere le differenze tra un prodotto a base animale e uno con solo proteine vegetali . Quello su cui dovremmo veramente soffermarci sono gli ingredienti riportati sull’etichetta, che deve essere chiara, leggibile comprensibile e completa. Anche nelle assenze. Negli Stati Uniti l’FDA ha recentemente fatto circolare l’invito ai produttori di “latticini plant based” di indicare l’assenza di principi nutritivi presenti nel latte vero.


Dobbiamo altresì essere consapevoli che i prodotti vegani non sono sempre sinonimo di cibo salutare: per fare un esempio la lista degli ingredienti di un hamburger di soia ha il doppio degli ingredienti di un hamburger con solo carne macinata. Parliamo di prodotti che, a meno che non siano preparati in casa, sono nella maggior parte dei casi iperprocessati. Per intenderci, si parla di alimenti che contengono numerosi ingredienti aggiunti (sale, zucchero, coloranti e additivi) e realizzati dall’elaborazione di sostanze come grassi e amidi, che vengano estratti da alimenti più semplici. Cosa causano? Un’alterazione della composizione dei microorganismi che colonizzano il nostro intestino e a lungo andare possono portare ad un aumento di peso e condurre all’obesità, come riportato nel sito dell’AIRC.


Quindi prima di soffermarci se sia giusto o meno chiamare hamburger, un disco di soia o di verdure, pensiamo un attimo a quello che andremo ad inserire nel nostro organismo e prediligiamo prodotti che abbiano una lista di cinque, massimo sei ingredienti con nomi comprensibili e pronunciabili.

Un invito che non vuole assolutamente demonizzare i prodotti vegetali ma rendere più consapevole le nostre scelte alimentari e variare il più possibile la propria dieta.


 

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