I vaccini in scatola

Ormai non le riprendono nemmeno più in televisione, anche perché l’arrivo delle spedizioni di vaccini anti-Covid non sono più una notizia. Eppure loro continuano a fare il loro lavoro umile e fondamentale, garantire che quanto contenuto nelle preziose fiale mantenga la sua potenza sino a che non arrivi a immunizzare milioni, anzi miliardi, di persone in tutto il mondo. Sono quelle scatole apparentemente in normale cartone da imballaggio su cui attiravamo l’attenzione nella scorsa edizione della nostra newsletter.

Per chi ha a che fare in modo professionale con il mondo dei farmaci non sono una novità, ma la pandemia Covid-19 e la conseguente corsa ai vaccini le hanno portate alla ribalta. Va detto innanzitutto che non tutte le scatole sono uguali, semplicemente perché non tutti i vaccini sono uguali. Nessuno ad oggi può stare a temperatura ambiente per più di qualche ora, però c’è differenza tra un AstraZeneca che può essere conservato e trasportato in un intervallo tra i 2 e gli 8 gradi, un Moderna che richiede i meno 20 e lo Pfizer/BioNtech che sta tranquillo solo a meno 70.


Va poi detto che si parla sempre di contenitori passivi, ossia che mantengono la temperatura voluta tramite una combinazione di isolamento e di una sostanza refrigerante. Per trasporti di lunga durata esistono anche contenitori attivi, ma normalmente i farmaci di questo tipo viaggiano in aereo sulle lunghe distanze, dove non è disponibile l’energia elettrica necessaria. L’aspetto esterno di queste scatole è molto simile, differiscono sono nell’interno. Un contenitore per i vaccini a 2-8 gradi consiste di un involucro in polistirolo espanso con piastre refrigeranti con un liquido a base di acqua addizionata di sali che ne aumentano la capacità termica, una versione hi-tech delle mattonelle per i frigoriferi da pic-nic.

Per temperature più basse aumenta la sofisticazione degli isolamenti e dei refrigeranti. Già a meno 20 appaiono i pannelli a vuoto, che seguono il principio dei thermos per i pic-nic, e il ghiaccio di anidride carbonica, direttamente in scaglie. Il ghiaccio secco non si può richiudere in piastre sigillate, perché nel tempo sublima, ossia passa direttamente da stato solido a stato gassoso, e deve sfogare da qualche parte, altrimenti diventa una bomba potenziale.


Naturalmente il massimo grado di sofisticazione per ora si raggiunge con i contenitori capaci di mantenere i meno 70 gradi. La qualità in questo ambito si gioca sulla durata garantita della temperatura senza interventi esterni, in altre parole senza aprire il contenitore e rifornirlo di refrigerante. Esiste inoltre una considerazione di prezzo, importante se si tratta di distribuire centinaia di milioni di dosi. Pfizer, responsabile della distribuzione del vaccino sviluppato con BioNtech, lo scorso anno pare non abbia trovato sul mercato un prodotto già disponibile con la combinazione di prestazioni e prezzo desiderati per cui ha messo al lavoro il proprio dipartimento di ricerca interno e ha messo a punto una scatola di cui ha affidato all’esterno la produzione.


L’azienda scelta è stata la SoftBox, multinazionale inglese con presenza e produzione in tutto il mondo. Usando una combinazione di isolamento a vuoto, polistirolo e ghiaccio secco (vedi disegno), la scatola è in grado di mantenere a meno 70 un carico utile composto da un massimo di 975 fiale suddivise in cinque vassoietti (le pizza box) per un massimo di 120 ore. La durata può essere estesa rabboccando il ghiaccio secco, non tanto durante il trasporto ma nel caso in cui si utilizzi la scatola come surrogato di un frigorifero vero e proprio. Maneggiare ghiaccio secco non è comunque una cosa banale, se lo si tocca senza protezioni ci si procurano vere e proprie ustioni. Tra isolamento, carico utile e refrigerante, le scatole per i vaccini sono pesanti. Quella SoftBox arriva ai 50 chilogrammi, per cui è dotata di maniglie.





Nonostante tutto, la scatola non è sufficiente a proteggere il vaccino in ogni condizione. Quello che conta infatti non è la temperatura assoluta che si vuole mantenere ma la differenza tra questa e quelle esterna: se fuori ci sono 40 gradi, le 120 ore di durata sono irraggiungibili con la configurazione scelta. Per fortuna la soluzione c’è ed è semplicissima. Per il trasporto su strada, che è la fase più delicata, le scatole viaggiano in veicoli refrigerati a meno 25, riducendo drasticamente il salto di temperatura. Ci pensa l’unità frigorifera del veicolo a gestire il salto con la temperatura esterna.


Questa combinazione ha praticamente ridotto a zero il paventato rovinarsi dei vaccini durante il trasporto che ha occupato i media per sei mesi lo scorso anno. In Italia sono andate perse 800 dosi di Moderna ma all’interno di un ospedale perché un frigorifero ha avuto un guasto e nessuno se ne è accorto per 8 ore… In giro per il mondo, gli incidenti, sia a Pfizer che a Moderna, sono avvenuti per il motivo contrario: non troppo caldo ma troppo presto. Migliaia di flaconi Moderna sono stati trasportati male e sono venuti a contatto con il ghiaccio secco, per cui le dosi sono arrivate a meno 40 e si sono rovinate. Lo stesso è avvenuto per delle pizza box Pfizer che sono scese a -80 (la temperatura minima del ghiaccio secco) e si è preferito non utilizzarle. Gli incidenti, peraltro, sono stati individuati in tempo reale grazie a un altro segreto delle nostre scatole: tutte sono dotate di un modulo amovibile contenete sensori di temperatura, di assetto e di localizzazione con GPS e collegamento wireless, che permette il tracciamento continuo di ogni singola scatola.

Insomma: i vaccini arrivano nelle migliori condizioni. Ora darsi da fare.


#MarcoComelli

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