Bioplastiche ed economia circolare

Secondo una narrazione molto diffusa, la bioplastica, senza specificazioni, sarebbe la soluzione per le criticità che le plastiche tradizionali comportano in termini ambientali, sia nella fase di produzione che di fine vita, smaltimento e riciclo. Un approfondimento in uscita sul prossimo numero di Waste (settembre 2020) rivela una realtà molto più variegata. Qui una breve anticipazione.

“LA” bioplastica non esiste. E anche sulle bioplastiche si nutrono forti dubbi. Naturalmente non sono i materiali che vengono definiti come tali a non esistere. È il concetto in sé che comprende talmente tanti aspetti diversi da essere pressoché inutile (un po’ come il concetto di “animale”, che se si cerca di definirlo in modo stringente inevitabilmente esclude qualche esempio che di certo rientra nella classificazione) e persino fuorviante, generando comportamenti e atteggiamenti dannosi.


Che l’ambiguità sia reale è dimostrato leggendo la definizione di “bioplastiche” da parte dell’associazione delle aziende europee produttrici, European Bioplastics, che dovrebbe essere ferrata sull’argomento e che recita: “un materiale plastico viene definito bioplastica se è basato su materiale biologico, è biodegradabile o entrambe le cose”. Viene anche puntualizzato che per materiale biologico (in inglese “biobased” termine molto più sintetico, che noi utilizzeremo) si intende un materiale o un prodotto almeno parzialmente derivato da biomassa vegetale e che ha origine per esempio dal mais, dalla canna da zucchero o dalla cellulosa.


Le bioplastiche, di qualunque tipo esse siano, NON sono prodotti esistenti in natura. Possono essere biocompatibili (per esempio quelle utilizzate per protesi chirurgiche, fili di sutura ecc.), ma se rilasciate nell’ambiente possono essere pericolose per gli animali pluricellulari che, pur cibandosene, non sono in grado di assimilarle. Aggiungiamo che pur degradandosi, i piccoli frammenti che ne derivano (microplastiche e nanoplastiche) possono interferire anche sugli organismi unicellulari e piante, con modalità ancora non ben comprese. Le nanoplastiche poi, superano facilmente le barriere ematiche e linfatiche, penetrando nelle membrane cellulari di animali e piante (alterando il funzionamento enzimatico ed ormonale di pesci e anfibi, come hanno evidenziato diversi studi); e sono pure in grado di veicolare sostanze tossiche presenti nell’ambiente. [NdR: su questo argomento due manifestazioni da noi curate, AquaFarm e NovelFarm, sono state tra le prime in Italia ad affrontare l’argomento].



Stabilito questo, le bioplastiche vanno gestite come plastiche e, trattandosi di materiali molto diversi tra loro, ognuna di essere in teoria dovrebbe avere un proprio ciclo di trattamento e riciclo o smaltimento. In questo andrebbe calcolato anche il rilascio di gas climalteranti. Per le plastiche biodegradabili, infatti, i due metodi sono la digestione aerobica (compostaggio) e quella anaerobica. Nel primo caso, il 90% del carbonio contenuto viene rilasciato in atmosfera sotto forma di CO2 (d’altro canto il compostaggio a termini di legge non è tale se il risultato non è questo), mentre nella digestione anaerobica si produce metano, ma di solito esso viene valorizzato per la produzione di energia in impianti di cogenerazione.


#marcocomelli


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