Il settore pesca e acquacoltura ai tempi del COVID-19

Due parole con Mariella Ballatore, Pesceinrete


Avete seguito molto attentamente la vicenda dell'industria ittica in Italia ai tempi del COVID e intervistato quasi tutti i player del settore. Ci fai una panoramica?

In questo periodo estremamente emergenziale abbiamo fatto nostra la richiesta di aiuto di molti operatori delle filiere pesca e acquacoltura. Attraverso uno speciale dedicato all’emergenza COVID-19, abbiamo tentato di disegnare lo scenario futuro al quale ci si dovrà abituare. Capire cosa stesse succedendo non è stato particolarmente difficile dal momento che il disastro economico lo abbiamo toccato tutti con mano ma, con il coinvolgimento di varie Associazioni di categoria, rappresentative dei settori pesca e acquacoltura, abbiamo tentato di fissare le basi per dialogare su opportunità e possibilità di recupero.

Le misure introdotte per contenere l’epidemia di coronavirus, che hanno costretto le persone a rimanere a casa, hanno generato perdite drastiche in entrambi i settori. Diverse aziende hanno perso molto, altre tutto. Si parla di diminuzioni di fatturato che vanno dal 40 al 90% e della conseguente perdita di posti di lavoro.

Da Nord a Sud abbiamo assistito alla diminuzione dell’operatività delle marinerie costrette a rispettare i protocolli di sicurezza anti contagio a bordo. Ad essere maggiormente penalizzate sono state le imbarcazioni più grandi, una pressione poco più leggera quella subita dai piccoli pescherecci, in genere a gestione familiare.


Ristoranti e hotel chiusi, catering ed eventi annullati. Sono state queste le cause?

Indubbiamente la forte riduzione della domanda, dovuta alla chiusura dei canali Ho.Re.Ca. e dei mercati rionali ed ancora allo stravolgimento del sistema di acquisto da parte dei consumatori, ha influito nettamente sulle vendite e quindi il collasso delle attività di filiera. Già da subito numerose aziende hanno cercato di tamponare le perdite sostituendo il segmento Ho.Re.Ca. con clienti al dettaglio, e questo è successo a tutti i livelli, a partire dai maggiori distributori fino alle aziende locali. Le vendite online e le consegne a domicilio hanno permesso a qualcuno di rivisitare la modalità di lavoro riducendo le perdite. Meglio è andata a quelle aziende che già prima della pandemia si erano avvicinate al sistema di vendita online e che quindi non si sono fatte trovare impreparate. A questo proposito, secondo quanto appurato da recenti analisi di mercato, la pandemia ha fatto fare al commercio online un salto temporale in avanti di un decennio in sole poche settimane. Quella legata all’e-commerce, secondo gli esperti, è una modalità di acquisto che perdurerà anche nel post Covid. Per quanto riguarda gli acquisti di pesce la previsione è che i consumatori richiederanno sempre di più i prodotti locali a svantaggio di quelli di provenienza estera.


Non era prevedibile il COVID e quindi la crisi del settore. Però forse qualcosa è mancato a livello di disposizioni ministeriali/regionali. Cosa lamentano di più i rappresentanti delle Associazioni? In linea di massima le Associazioni hanno apprezzato gli sforzi fatti a livello regionale e statale. Ma per tamponare l’emorragia dei settori pesca e acquacoltura chiedono però ulteriori interventi: interventi fuori dall’ordinario. La cassa integrazione, le misure previste dal Cura Italia ma anche l’intervento dell’Ue circa la rimodulazione delle risorse del FEAMP, non sono state sufficienti a fermare l’emergenza, considerando anche il fatto che oggettivamente di concreto si è visto ben poco. A gravare sull’emergenza, ma questo succedeva anche prima della crisi attuale, è la burocrazia, troppa e troppo lenta. Quello che i maggiori palyer del settore recriminano è una maggiore semplificazione per ridurre il peso della burocrazia sulle imprese.


Estate, turismo e consumi ittici. Tre parole molto collegate. Il settore è pronto alla ripartenza? O il problema è che l'Italia è tagliata fuori dagli itinerari turistici esteri?

Attualmente è ancora tutto in divenire, si è passati nel giro di pochi giorni, dalla opportunità di un turismo regionale autoctono a quella di potersi spostare da regione a regione e infine, con il nuovo Dpcm è stata stabilita la possibilità di entrare in Italia da tutti i Paesi dell’Unione Europea, dell’Area Schengen compresi Svizzera e Monaco senza l’obbligo di quarantena. Sarà possibile fruire di un turismo dall’estero? Quanto questo aiuterà il settore? Ad oggi non ci è dato saperlo.

La mancanza di turisti dall’estero sicuramente affonderà un altro duro colpo sulle filiere della pesca e dell’acquacoltura. Fare delle previsioni al momento risulta quasi impossibile. Un fattore è certo: agli italiani non manca la capacità di far fronte a eventi traumatici e non manca nemmeno la forza di riorganizzare la propria vita e il proprio lavoro. Stiamo già assistendo all’evoluzione di imprese ittiche che si ricostruiscono e si reinventano senza alienare la propria identità. Con i problemi di trasporto sono diminuite le importazioni di prodotti argentini o dell'Oceano Indiano. Solo un momento o ci si può aspettare una sensibilizzazione ulteriore per il consumo di prodotti italiani? Inoltre, leggiamo da anni su come soffrono i mari per la pesca intensa. Questo blocco è stato una boccata d'aria per gli stock ittici?

Una certa propaganda rivolta al consumo di prodotti nazionali, anche se timidamente, si è sempre fatta.

Adesso più che mai è il caso di insistere con la promozione del pesce italiano, spingerne il consumo con campagne di marketing ad hoc.

Secondo un recente report dell’UNCTAD che ha analizzato gli impatti della pandemia sull’economia blu, la crisi potrebbe rappresentare un’opportunità per le industrie della pesca e dell’acquacoltura di divenire più sostenibili e, per gli oceani, i mari e i fiumi di rifornirsi.

GDO, ristorazione e consumatori. Ci sono iniziative a sostegno del consumo di prodotti alimentari italiani? Forse ci dovrebbe essere una politica centralizzata per incentivare il consumo di prodotti nazionali. Qualche suggerimento?

Al di là di qualche sporadico spot promozionale, ben poco si è fatto per promuovere il consumo del prodotto italiano, se poi parliamo di prodotto ittico credo nulla. Forse qualcosa in più si muove a livello regionale con campagne che invitano al consumo di eccellenze autoctone.

Prima della crisi attuale si era registrato un aumento della domanda di alimenti con una forte immagine salutista e più attenzione si faceva alla provenienza degli stessi. Sulla scia di ciò oggi si potrebbe a maggior ragione svegliare la consapevolezza del legame esistente tra alimentazione e salute. In particolare si dovrebbe puntare sull’avvicinamento alle realtà locali, penso ad esempio alla piccola pesca che ancora oggi è in grado di offrirci quel pescato di giornata dalle peculiari caratteristiche qualitative e con un indissolubile legame con la storia e con la cultura di una determinata comunità.

Quello che serve è una strategia che sia condivisa dall’intero Paese Italia, che connoti i nostri prodotti, li supporti con quel tanto decantato valore aggiunto in grado di offrire nuove opportunità economiche a coloro che lavorano nel settore.


Finalmente è uscito il Decreto Rilancio. Quali sono le disposizioni che aiuteranno a far ripartire il settore?

Nel decreto legge rilancio sono previsti 450 milioni per agricoltura e pesca nazionali. Ma il problema rimane sempre lo stesso: troppo lunghi i tempi di attuazione. La mancanza di liquidità oggi sta portando molte aziende verso un punto di non ritorno, il rischio è quello alimentare di forti disagi sociali e ulteriori perdite di posti di lavoro.

Ad unisono le Associazioni di categoria recriminano prestiti a fondo perduto e i pagamenti immediati di quanto occorre per salvare il salvabile.


Aurora Marin

Mariella Ballatore, Pesceinrete


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