Il fattore umano degli eventi digitali

Pare che la trasformazione obbligata degli eventi che abbiamo osservato e vissuto, da spettatori e da organizzatori, abbia avuto un discreto successo, tanto che si parla di permanenza digitale anche quando il distanziamento sarà finalmente un lontano ricordo. Inoltre, molte agenzie si sono “reinventate”, utilizzando un termine abusato, così come molti professionisti hanno studiato nuove necessarie competenze.

Ma questi nuovi format come sono riusciti a trasporre online il fattore umano, fondamentale perché questi stessi eventi esistano? Ed è possibile riprodurlo per tutti gli aspetti di un evento e per tutte le tipologie di manifestazione ex live?


Non prendo nemmeno in considerazione in questo breve articolo il cosiddetto “spettacolo dal vivo” perché lo dice l’espressione stessa: se non è dal vivo, è altra cosa. Suggestiva la prima della Scala in diretta tv, apprezzabili gli sforzi di alcuni cantanti e dj nel fare dirette Instagram, Twitch e Youtube, ingegnosa l’organizzazione degli applausi in streaming per il Concerto di Capodanno di Vienna e, sconfinando un po’ dal settore eventi, le visite guidate online e i cinema che simulavano la prenotazione del posto in sala.


Se per gli eventi B2C è evidente come sia comunque irriproducibile il fattore umano, che attiene all’emozione (data anche dall’emozione di chi sta a fianco), negli eventi B2B, dove si trova il fattore umano? Perché che esista non c’è dubbio, altrimenti non si spiegherebbe il motivo per il quale fiere, conferenze, congressi, meeting aziendali non siano sempre stati pensati e organizzati sul web da quando la tecnologia l’ha permesso, dato il risparmio di tempo, di energie, di risorse economiche e la maggiore sostenibilità ambientale.


Gli esperti dei KPI che snocciolano i numeri del successo di questa “nuova” tipologia di eventi (le fiere online esistono da circa quindici anni) si basano sui click all’interno di un padiglione virtuale, sulla partecipazione da remoto dagli utenti, sull’aumento esponenziale della visibilità, sulla quantità di dati che si rendono disponibili post evento. Tutto questo però non è solo il risultato dello strumento digitale e, per quanto la realtà aumentata nel campo degli eventi crei delle magie virtuali, risulterà sempre una “realtà diminuita” in mancanza del fattore umano.


Il CEO di un’agenzia di organizzazione eventi di New York che ha creato un interessante report degli eventi post-Covid (qui la sintesi dei risultati https://blog.bizzabo.com/event-marketing-statistics#virtual-event-statistics) ha affermato che il 2020 ha costretto ad adattarsi a difficoltà impreviste, ma che ha anche rappresentato un'opportunità di innovazione senza precedenti; se però gli eventi virtuali e ibridi non saranno davvero coinvolgenti, non avranno successo. “Gli eventi non possono essere passivi. Devono fornire opportunità di interazione al di là dei soli sondaggi e domande e risposte. Per avere successo, dovranno farci sentire qualcosa. Quell'esperienza emotiva, stimolante e magica che noi esseri umani amiamo riguardo agli eventi sarà la nostra priorità nel modo in cui progettiamo i nostri prodotti. La tecnologia ibrida di domani dovrà fare molto di più che combinare una piattaforma virtuale e una piattaforma di persona. Dovrà essere costruito da zero con un approccio ibrido in mente”.

Ebbene, anche in Studio Comelli abbiamo dovuto assumere un approccio agli eventi alternativo a quello a cui eravamo abituati. Non “nuovo”: abbiamo riscoperto un format già sperimentato nel passato grazie all’alleanza innovativa (e a questo punto direi anche lungimirante) di alcuni clienti: quello televisivo, oggi ancor più necessario per la fruizione da schermo delle manifestazioni. Con scalette progettate al secondo e con la movimentazione del palinsesto attraverso l’alternanza di momenti diversi, con moderatori che smettono i loro classici panni per vestire quelli di conduttori.


Ci occupiamo prevalentemente di conferenze, dei loro contenuti e della selezione dei partecipanti. Ed ecco che qui torniamo al “fattore umano” degli eventi B2B. Personalmente non credo che si potrà mai sostituire un giro per i padiglioni di una Fiera con lo scorrere di un menu all’interno di una scenografia virtuale in 3D, gli incontri dal vivo con il contatto tramite appuntamenti online, le conversazioni (anche informali e altrettanto importanti per il business) di un coffee break e di una networking dinner con delle chat virtuali, le domande in sala convegni, che a volte si trasformano in conferenze parallele, con lo scambio tra relatori e pubblico mediato da un community manager. Credo si possa però puntare sulla qualità, non solo dei contenuti, ma anche dei partecipanti dove, come in una trasmissione di approfondimento televisivo, la differenza la fa il presentatore e la fanno gli ospiti.


Il “pubblico a casa” è facilmente distraibile e, ammettiamolo, gli speaker italiani non sono così abituati ad essere coinvolgenti “intrattenitori” (basta guardare i TED nostrani e confrontarli con quelli di altri Paesi). È qui che entra in gioco il moderatore-conduttore che non può più limitarsi a passare la parola e a chiedere di restare nei tempi, ma che deve trasformarsi in un Larry King: con la capacità di coordinare e collegare le varie parti del programma, un linkman in grado di tenere agganciata l’audience (negli eventi online e ibridi sicuramente più vasta che in quelli solamente in presenza), di essere parte della discussione e consapevole del pubblico anche se in remoto. Questa figura, spesso sottovalutata negli eventi dal vivo, si rende quanto mai indispensabile nelle manifestazioni online durante le quali risulta evidente il suo valore nel fare la differenza nella qualità percepita dal pubblico, nel suscitare e conservare il suo interesse.


Larry King Live


Quello che abbiamo appreso proprio per la predominanza e costrizione digitale del 2020, è che le persone connesse da remoto non sopportano contenuti irrilevanti e presentatori disimpegnati: cambiano “canale” e non c’è espediente virtuale che tenga.


#StefaniaNano

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