L’olio di frittura diventa biodiesel: la magia dell’economia circolare.

Cosa ne faccio dell’olio di frittura una volta assaporato l’ultimo gamberetto e prima di accingermi a lavare i piatti?

Premessa #1. In Italia ogni anno vengono immessi nel mercato 1,4 milioni di tonnellate di olio vegetale per un consumo totale di 25 chilogrammi a testa - dati del 2018 del CONOE Consorzio Nazionale di raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali e animali esausti. Di questa quantità si stima un residuo non utilizzato pari circa al 19%, poco più di 260.000 tonnellate di olio vegetale esausto (circa 3 chili a testa) di cui però solo un quarto viene smaltito correttamente.

Eppure, se disperso nell’ambiente, l’olio vegetale può essere altamente inquinante per la flora di laghi e fiumi, oltre a provocare l’intasamento delle tubature, problemi alle condotte fognarie e al funzionamento dei depuratori.


Premessa # 2. Nel 2018 l’Agenzia Internazionale per l’energia ha riscontrato che il 24% delle emissioni di CO2 è causato dai trasporti e, in particolare, il 70% da quelli terrestri. Il problema principale è il parco veicolare vecchio, la maggior parte dei mezzi in circolazione è infatti inferiori all’euro 4. La decarbonizzazione dei mezzi e la transizione dei trasporti a mezzi a idrogeno, elettrici e a metano, è un processo molto lungo, ed è un obiettivo ancora più lontano se si guarda a grandi città asiatiche o sudamericane. Ci vogliono delle soluzioni che rispondano immediatamente alla riduzione delle emissioni, non solo in prospettiva lungo termine. Una di queste sono i biocarburanti.


Cosa c’entra il mio fritto misto con l’inquinamento di New Delhi? Probabilmente il mio niente ma in una scala più grande in realtà molto. L’olio alimentare infatti, se correttamente raccolto, viene rigenerato e diventa materia prima per la produzione dei Biocarburanti Avanzati, nel sistema CONOE circa il 90% degli oli vegetali esausti viene avviato alla produzione di biodiesel.

In pratica, a particolari condizioni di temperatura e pressione, si fa reagire la massa biologica (olio di frittura, scarti alimentari, ecc) con l’idrogeno che si lega naturalmente all’ossigeno, producendo acqua che poi viene rimossa. Il processo è stato sperimentato per la prima volta negli anni 10 del XX secolo da Friedrich Bergius che ha vinto un Nobel per la sua scoperta. Il risultato è una molecola di gasolio priva di quest’ultimo gas e quindi di particolare qualità: l’HVO (Hydrotreated Vegetable Oil), completamente idrocarburica, con potere calorifico superiore rispetto al biodiesel tradizionale. Il risultato prescinde dalla materia prima utilizzata per cui qualunque massa biologica e scarto di lavorazione può essere utilizzato. La molecola ottenuta ovvia anche tutti i problemi di proliferazione batterica, di filtri intasati, e quindi i limiti di percentuale massima di biodiesel in miscela sono superati.


In Italia chi produce HVO è ENI che già nel 2014 ha avviato la conversione di Marghera e nel 2019 di Gela in bio-raffinerie. Ne ha parlato Luigi Gargiulo durante la sessione Smart Mobility della #GenovaSmartWeek lo scorso 27 novembre. L’azienda, insieme alla multinazionale americana Honeywell-Uop, ha brevettato il processo Ecofining (TM) e distribuisce alla sua rete il prodotto Diesel+ con una componente in miscela di HVO al 15%.



Torniamo un momento alla seconda parola che identifica questi carburanti: avanzati. A differenza dei biocarburanti tradizionali che derivano da colture in competizione con l’uso alimentare, questi ultimi trattano scarti o colture che non sottraggono terreno all’agricoltura. L’Unione Europea ne promuove l’utilizzo attraverso specifiche direttive come la RED II che limita l’utilizzo dell’olio di palma per la produzione di biocarburanti con l’obiettivo di preservare l’ambiente e evitare lo sfruttamento dei terreni (avrete di certo in mente le immagini del Borneo distrutto a discapito dei poveri oranghi) fino alla completa eliminazione nel 2030.

Nel 2019 la carica della bioraffineria a Porto Marghera è stata costituita in media dal 25% di prodotti alternativi all’olio di palma, con punte del 44%, e in particolare con oli vegetali usati (quelli dei sott’oli ad esempio) e di frittura ma anche cariche di tipo advanced ai sensi della Direttiva Europea RED, come gli acidi grassi da paste saponose (residui della deacidificazione chimica degli oli vegetali), e i POME (Palm Oil Mill Effluent, un rifiuto rigenerato della lavorazione dell’olio di palma). L’obiettivo che si pone è quello di eliminare entro il 2023 l’utilizzo dell’olio di palma, con ben 7 anni di anticipo rispetto a quanto prevedete la normativa europea.


Grazie ad accordi con consorzi e multiutility Eni è riuscita a garantirsi il 50% degli oli esausti prodotti in Italia, percentuale che corrisponde al 30% degli oli prodotti da ristorazione e attività commerciali. Tuttavia la maggior parte degli oli esausti proviene dalle nostre fritture e dagli usi domestici che spesso non viene smaltita in modo corretto. Avete presente la campagna Eni + Laura è meglio di Eni? Ecco: se Laura riciclasse l’olio, oltre a salvare l’ambiente da un rifiuto dannoso potrebbe aiutare ad aumentare anche la produzione di biocarburanti sostenibili.


Per il futuro si cercano oli alternativi prodotti da colture non edibili, da scarti agricoli come la paglia, da biomasse legnose come i residui forestali o i gusci, da rifiuti organici da raccolta differenziata domestica e da biomasse acquatiche come le microalghe.

Abbiamo parlato diverse volte di questo argomento durante le nostre conferenze sull’alghicoltura (AlgaeFarm): attraverso la biofissazione della CO2 dalle microalghe si può estrarre olio. Oggi il processo è ancora troppo costoso per essere competitivo sul mercato dei carburanti ma chissà dove ci porterà la ricerca…

All’attenzione di ENI c’è anche un progetto per valorizzare i rifiuti da imballaggi in plastica non recuperabili e riciclabili. L’obiettivo è ricavare idrogeno (da utilizzare in raffineria), metanolo (da utilizzare come componente per carburanti da autotrazione) e nuovi monomeri per la produzione delle plastiche di partenza. La materia prima è in questo caso il plasmix, la frazione eterogena, non riciclabile, dei rifiuti plastici post-consumo.


Insomma, l’economia circolare è una materia in continua evoluzione che non smetterà di stupirci. Ma torniamo alla risposta alla domanda iniziale: dopo aver letto, studiato e scritto questo articolo invece che buttare nel water l’olio di frittura dei gamberetti, lo raccoglierò in una bottiglia di plastica e lo porterò nel centro di raccolta più vicino a casa.

Perché economia circolare + Aurora è meglio di economia circolare.


A questo link trovate tutti i centri per la raccolta di oli esausi.


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